Il carcere di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba, è tornato in evidenza dopo una violenta rissa scoppiata venerdì pomeriggio, coinvolgente circa trenta detenuti. La maxi rissa, attribuita a un regolamento di conti tra bande rivali provenienti dall’Africa occidentale, ha necessitato l’intervento degli agenti per sedare la situazione e prevenire ulteriori incidenti. Nonostante il livello di pericolo, nessuno dei coinvolti ha riportato ferite gravi, sia tra i detenuti che tra il personale di polizia.
Successivamente alla rissa, le autorità hanno effettuato controlli all’interno dell’istituto, scoprendo oggetti vietati e potenzialmente pericolosi, tra cui olio bollente e bombolette di gas. La gestione del carcere è al centro di un duro dibattito, con i sindacati di polizia che denunciano la metodologia “a porte aperte” applicata nella struttura, che consente ai detenuti di trascorrere fino a 14 ore al giorno al di fuori delle loro celle.
Critiche alla gestione del carcere
Donato Capece, segretario generale del sindacato Sappe, ha affermato che le violenze in carcere non sono più eventi isolati, ma rappresentano una vera e propria emergenza. La frequenza degli episodi violenti a Porto Azzurro solleva interrogativi sulla sostenibilità del basso livello di sicurezza e sulla compatibilità del modello con le diverse tipologie di detenuti presenti. “Non possiamo continuare a trattare questo istituto come un contenitore generico per detenuti senza considerare le specificità del contesto”, ha dichiarato Francesco Oliviero, segretario nazionale Sappe per la Toscana.
Questa non è la prima volta che il carcere di Porto Azzurro viene al centro di eventi drammatici; infatti, nel 1987, si registrò una rivolta storica che culminò in un tentativo di evasione e sequestro di persona, durato sette giorni, con il terrorista Mario Tuti a capo dell’insurrezione, durante la quale furono presi in ostaggio 33 persone.